Scuola Italiana
Antiriciclaggio & Compliance

divisione della EUROPEAN SCHOOL of BANKING MANAGEMENT

Analisi di Bilancio (seconda parte)

A cura di Massimo Ferracci

LINK Prima parte : https://antiriciclaggioerisk.com/analisi-di-bilancio/

Seconda parte

Analisi e indici
Una volta effettuata la riclassificazione del bilancio secondo i metodi ampiamente descritti (tengo a precisare
ancora una volta che quelli trattati in questa sede sono solo alcuni dei tanti metodi di riclassificazione
disponibili ma che secondo la nostra opinione sono quelli più rispondente alle nostre esigenze, oltre che i più
usati) si può procedere ad effettuare l’analisi vera e propria mediante tre tecniche:

– analisi per indici;

– analisi per margini;

– analisi per flussi

Indici economici

Gli indici economici misurano la redditività dell’azienda, intesa come capacità di realizzare in futuro reddito
positivo (utile). Sono economici quegli indici che hanno, almeno al numeratore o al denominatore, un valore
economico (cioè una voce desunta dal Conto Economico).

Elenchiamo di seguito gli indici di redditività (economici), fornendo nel contempo esempi e brevi spiegazioni
degli stessi.

Il ROE esprime la redditività del capitale di rischio dell’imprenditore.

ROE = RN/PN = risultato netto d’esercizio (utile netto) /patrimonio netto (con esclusione da esso dell’utile
destinato alla distribuzione)

Il ROE indica il rendimento del capitale investito dai soci o dall’imprenditore. In altre parole, è la sintesi
dell’interesse maturato, per effetto della gestione, sui mezzi propri investiti in azienda. Un’impresa, per poter
attrarre nuovo capitale di rischio, dovrebbe fornire un ROE superiore ai tassi di rendimenti di investimenti 
alternativi.

In ogni caso il ROE di una impresa non dovrebbe mai essere inferiore al tasso garantito per
investimenti senza rischio. Al di sotto di tale limite, infatti, non sarebbe remunerato in modo congruo il rischio
dei risparmiatori azionisti. Per essere più precisi il PN dovrebbe essere calcolato come media tra il valore
iniziale e quello finale. In caso di perdita, il ROE è negativo. Questo significa che lo squilibrio economico è così
grave da erodere i mezzi propri.

Se vogliamo approfondire ulteriormente possiamo arrivare al calcolo del così detto ROE Lordo che non è
altro, al numeratore, che il reddito prima delle imposte. Così facendo il rendimento non viene influenzato da
politiche economiche dello Stato e in particolar modo da evidenze di natura fiscale.

Cash flow/Patrimonio netto: è dato dal rapporto tra cash flow (utile + ammortamenti + accantonamenti) e
patrimonio netto. Esprime la redditività del capitale proprio in termini di cash flow. Cioè quante unità di cash
flow produce l’impresa per ogni 100 unità di mezzi propri investiti. L’utilità di questo indice sta nel fatto che
riesce a colmare un limite cui va incontro l’impiego del ROE. Tale limite è rappresentato dalla politica di
ammortamento adottata dalla società. Infatti, le imprese che adottano politiche di ammortamento
anticipato, politiche di ammortamento aggressive, fanno registrare un utile più basso rispetto alle imprese
che adottano politiche di ammortamento opposte. Ciò osservato, per liberare il ROE dagli effetti delle
politiche di ammortamento e accantonamento è sufficiente sommare all’utile netto l’ammontare degli
ammortamenti e accantonamenti.

Risultato operativo/Patrimonio netto: è dato dal rapporto tra risultato operativo e patrimonio netto. Esprime
la redditività del capitale proprio in termini di risultato operativo. Cioè quante unità di risultato operativo
produce l’impresa per ogni 100 unità di mezzi propri investiti. Anche questo indice è finalizzato a colmare un
altro limite del ROE. Infatti, l’utile della società spesso viene influenzato (in alcuni casi manipolato) da fattori
che ne condizionano il significato. Per questo motivo tale valore deve essere eventualmente rettificato o
aggiustato da tali fattori. L’utile rettificato non è disponibile all’interno del bilancio ma va calcolato. Il calcolo
è frutto di una scelta dell’analista che porterà in aumento dell’utile tutte le poste di natura straordinaria e/o
anomale, che egli riterrà opportune. Se per esempio la società analizzata ha beneficiato, nel corso
dell’esercizio, di una agevolazione fiscale non riconosciuta ad altre compagnie concorrenti (per favorire
l’occupazione o per un salvataggio statale), oppure ha venduto un bene ottenendo una forte plusvalenza,
otterrà un utile sensibilmente diverso da quello normale di settore. Nel nostro caso, per sterilizzare l’utile da
tali effetti lo abbiamo depurato da tutte le componenti extra caratteristiche.

Valore della produzione/Patrimonio netto: è dato dal rapporto tra valore della produzione e patrimonio
netto. Esprime la redditività del capitale proprio in termini di valore della produzione. Cioè quante unità di
valore della produzione produce l’impresa per ogni 100 unità di mezzi propri investiti. Questo indicatore si
rivela utilissimo quando si analizzano imprese in fase di start up dove il valore della produzione è spesso
l’unica posta positiva del conto economico.

Molto più interessante per capire l’andamento dell’impresa è il ROI, cioè la redditività di tutto il capitale
investito (quindi anche quello preso a prestito).

ROI = RO/A = risultato operativo/totale attività (rettificato)

Il ROI ci dice la redditività della gestione caratteristica (che è il cuore di qualsiasi impresa) riferita alla
dimensione aziendale (rappresentata da tutto il capitale investito, anche quindi dal capitale di terzi preso a
prestito). Il totale attività è rappresentato da tutti gli investimenti necessari per lo svolgimento dell’attività
tipica. Per tale motivo bisogna escludere, ad esempio, gli investimenti temporanei di liquidità e gli immobili
non necessari all’attività (tipo quelli concessi in fitto temporaneamente). Tutto ciò fa capire come il calcolo
del ROI sia influenzato soprattutto dalla nozione che diamo al concetto di capitale investito o totale attività.
Concretamente e per essere il più precisi possibili secondo i più illustri autori il totale attività è composto
dalla somma di: PN, obbligazioni, obbligazioni convertibili, deb. v/banche oltre 12 mesi, deb. v/altri
finanziatori oltre 12 mesi, deb. Finanziari v/gruppo oltre 12 mesi, deb. v/banche entro 12 mesi, deb. v/altri
finanziatori entro 12 mesi, obbligazioni a lungo, obbligazioni convertibili a lungo, altri deb. Finanziari entro
12 mesi e deb. Finanziari v/imprese entro 12 mesi. Per la sua importanza, il ROI è giustamente considerato il
“termometro” della capacità reddituale aziendale.

 

ROA = RO/Tot. Attivo
Il ROA sintetizza l’economicità della gestione economica caratteristica prescindendo dalle modalità di
finanziamento e dal sistema fiscale adottato. Chiaramente è influenzato dalla realizzazione di nuovi
investimenti e dal grado di ammortamento. Infatti, le società che realizzano investimenti per conseguire
ricavi futuri hanno un ROA inferiore rispetto ad aziende che hanno lo stesso reddito operativo ma non
realizzano nuovi investimenti.

Costo del denaro per l’azienda

L’indebitamento dell’azienda è costituito sia da fonti di terzi onerose (mutui passivi, obbligazioni ecc.) sia da
fonti non onerose (deb. v/fornitori ecc.).

ROD = oneri finanziari/media(PC + PF)

Fra il ROE ed il ROI esiste un’interessante relazione, chiamata leverage o leva finanziaria.

ROE = ROI + (ROI – costo del capitale di credito) x (capitale di credito/patrimonio netto)

dove: costo del capitale di credito = oneri finanziari/capitale di credito

La suddetta formula si legge così: la differenza fra il ROI ed il costo del capitale di credito subisce un effetto
moltiplicatore in ragione del rapporto (di leva finanziaria) tra capitale di credito e capitale proprio. Per cui se
il ROI è maggiore del costo del capitale di credito, il valore positivo, ampliato dal moltiplicatore, si aggiunge
al ROI e determina un ROE numericamente più grande del ROI. Se, invece, il costo del capitale di credito
supera il ROI, avremo un valore negativo che, una volta ampliato dal moltiplicatore, si sottrae dal ROI e
definisce quindi un ROE più basso del ROI. E’ inoltre opportuno notare come, nell’auspicabile caso di valore
positivo della differenza ROI – costo del capitale di credito, l’effetto moltiplicatore premia chi ha osato di più,
cioè le imprese che hanno un rapporto tra mezzi di terzi (finanziamenti ricevuti) e mezzi propri (patrimonio
netto) nettamente sbilanciato a favore dell’indebitamento verso l’esterno. Viceversa, nel malaugurato caso
di un gap negativo tra ROI e costo del capitale di credito, l’effetto moltiplicatore attenua il danno alle imprese
che si sono comportate più prudentemente, cioè che hanno limitato l’acquisizione di finanziamenti da terzi
per utilizzare maggiormente i capitali di provenienza interna.

L’indice ROI può essere facilmente scomposto in due altri importanti indici, infatti:

ROI = RO/A = RO/V x V/A cioè risultato operativo/vendite x vendite/totale attività.

Vediamo di capire questi due nuovi indici cominciando dal primo.

ROS = RO/V = risultato operativo/vendite

Il ROS è l’indice che identifica la redditività delle vendite, ossia quanta parte del risultato della gestione
caratteristica scaturisce dal volume delle vendite effettuate. Per esempio i grandi distributori al dettaglio
(supermercati, ipermercati, etc.) avranno un ROS relativamente basso, perché il loro alto volume di vendite
non è capace di generare molta redditività. Al contrario, attività imprenditoriali basate su alti ricarichi sui
prodotti avranno un ROS elevato, perché l’esiguità delle vendite è contrapposta ad una redditività rilevante.
E’ il caso delle attività artigianali e di alcune attività commerciali come i bar ed i negozi d’abbigliamento.

La seconda componente nata dalla costola del ROI è la Rotazione del capitale investito.

Rotazione del capitale investito = V/A = vendite/totale attività

Questo indice ci dà una misura della capacità di vendere dell’impresa considerata, rapportando il dato delle
vendite alla dimensione aziendale espressa dal totale del capitale investivo (totale attività).

In altre parole, l’indice appena visto risponde alla domanda “quanto vende l’impresa analizzata”, non in
valore assoluto, ma relativamente alla dimensione aziendale. Può essere utile però vedere a quale parte del
capitale investito è da attribuirsi una performance o una debacle dell’indice in questione. A tale scopo
possiamo dividere in due nuovi indici la rotazione del capitale investito.

Il primo di essi è il seguente:

Rotazione del capitale fisso = V/AF = vendite/attivo fisso
E vediamo quanto il capitale fisso (le immobilizzazioni) dell’azienda ha contribuito alle vendite.

Il secondo prende invece in considerazione l’altra parte del capitale investito, cioè il capitale circolante.

Rotazione del capitale circolante = V/AC = vendite/attivo circolante

Se il valore ricavato è interessante (positivamente o negativamente), c’è ancora la possibilità di un’ulteriore
scomposizione di quest’ultimo indice per un’analisi di maggior dettaglio.

Si può infatti scindere il capitale circolante nelle sue componenti, iniziando dai crediti.

Rotazione dei crediti verso clienti = V/C = vendite/crediti verso clienti

Esso definisce quante volte nel periodo considerato si è rinnovato l’intero portafoglio dei crediti commerciali.
Da questo indice si può desumere per esempio come un risultato positivo sulle vendite possa nascondere un
peggioramento del portafoglio clienti, dovuto al gonfiamento dei crediti incagliati o addirittura inesigibili.

Inoltre, si può scindere l’indice di rotazione del capitale circolante in quest’altro indice economico che tiene
conto delle scorte in magazzino.

Rotazione del magazzino = CV/S = costo del venduto/scorte

Che, indicando quante volte si rinnovano nel periodo le scorte, ci segnala l’eventuale verificarsi di situazioni
indesiderate di “sovrascorta” all’interno del magazzino.

Dagli indici di rotazione appena visti si possono ricavare (semplicemente invertendo i numeratori con i
denominatori) i cosiddetti indici di durata media, riferiti al magazzino, ai crediti verso clienti e ai debiti verso
fornitori. Vediamo subito l’indice di durata media del magazzino.

Durata media del magazzino = S/CV x 365 = scorte/costo del venduto x 365 giorni

Esso esprime i giorni di durata media delle scorte prima di un completo rinnovo del magazzino.

Lo stesso ragionamento si può applicare ai crediti verso clienti.

Durata media dei crediti verso clienti = C/V x 365 = crediti v/clienti /vendite x 365 giorni

L’indice fornisce l’importante informazione della dilazione media accordata alla clientela in giorni.

Stessa cosa per i debiti verso fornitori.

Durata media dei debiti verso fornitori = D/Ac x 365 = debiti v/fornitori/acquisti x 365 giorni

Che esprime, simmetricamente, la dilazione media riconosciuta dai fornitori in giorni.

Indici patrimoniali

Attraverso i ratios economici si dà una quantificazione delle funzionalità dell’impresa. Con gli indici
patrimoniali si analizzano, invece, le caratteristiche strutturali dell’impresa, cioè le problematiche legate alla
composizione della sua Situazione Patrimoniale.

Negli indici patrimoniali compaiono, sia al numeratore, sia al denominatore, valori tratti dal prospetto
patrimoniale.

Occupiamoci prima delle fonti, ovvero della parte in cui sono evidenziate le passività dello Stato Patrimoniale
riclassificato.

Il primo indice che andiamo a descrivere è necessariamente quello che ci dà una misura della dipendenza da
terzi finanziatori.

Grado di autonomia finanziaria = PN/P = patrimonio netto/totale passività

Questa grandezza indica quanta parte di 1 euro di finanziamenti proviene da mezzi propri (dei soci o
dell’imprenditore) dell’azienda. Quindi, più è alto e più l’impresa si affida all’autofinanziamento per reperire
i fondi da investire negli impieghi elencati tra le attività. Viceversa, più è basso e più l’impresa fa ricorso a
fonti esterne per finanziare gli investimenti.

Una volta appurato il grado di autonomia finanziaria o, se vogliamo, simmetricamente, quale complemento
a 1 dell’indice di cui sopra, il grado di dipendenza finanziaria, può essere interessante rispondere alla
seguente domanda: “quanta parte dei finanziamenti esterni deriva dall’indebitamento a breve?”

Grado di indebitamento corrente = PB/P = passivo corrente/totale passività

Che fornisce il peso dell’indebitamento a breve rispetto al totale delle fonti finanziarie. Vedremo, parlando
degli indici finanziari, quanto può essere pericoloso un elevato indebitamento corrente, soprattutto per il
fatto che esso va spesso a finanziare investimenti a lungo termine.

Passando all’analisi del lato degli impieghi della Situazione Patrimoniale, vediamo l’indice che esprime il loro
grado di elasticità.

Grado di elasticità degli impieghi = AC/A = attivo circolante/totale attività

Questo indice evidenzia il peso degli impieghi a breve rispetto al totale degli investimenti e quindi ci dice
quanto è elastica la struttura attiva del patrimonio.

Indici di produttività

Per comprendere appieno il concetto di produttività è opportuno ricordare alcune definizioni di economia
politica.

Con il termine efficacia si misura quanta parte dell’obiettivo prefissato si è raggiunto.

Con il termine efficienza ci si riferisce, invece, al rapporto tra risultati raggiunti e mezzi impiegati. Quando si
utilizza questo parametro nel processo produttivo, esso assume il più appropriato nome di produttività,
perché al numeratore ci sarà la produzione ottenuta e al denominatore la quantità di fattore produttivo
(capitale o lavoro) che è stato necessario impiegare per quella produzione. Di conseguenza, se, per esempio,
la politica dell’impresa punta alla produzione, in un certo lasso di tempo, di mille unità di un determinato
prodotto, sarà più produttiva la combinazione industriale che richiederà, per il raggiungimento di quel livello,
meno operai o meno beni strumentali.

Chiarito il fondamentale concetto di produttività, andiamo a vedere gli indici che la quantificano.

Il primo è riferito al fattore produttivo lavoro e prende pertanto in considerazione il numero di addetti, cioè
non solo i dipendenti, ma anche gli occasionali, i soci lavoratori, i collaboratori e chiunque altro abbia
partecipato alla produzione nel periodo considerato.

Ricavi medi per addetto = V/n. add. = vendite/numeri addetti

Ci dice quante vendite ha prodotto in media ciascun addetto.

Anche il secondo indice di produttività fa riferimento al fattore lavoro e quindi al numero di addetti.

Risultato operativo per addetto = RO/n. add. = risultato operativo/numeri addetti

Esprime quanta parte del risultato della gestione caratteristica ha prodotto (in media) ogni addetto.

Quest’altro indice prende invece in considerazione anche il fattore capitale, rappresentato dalle
immobilizzazioni materiali e immateriali.

Cespiti per addetto = (AF – immob. finanz.)/n. add. = (attivo fisso – immob. finanziarie)/n. addetti

 

Indica la quantità di cespiti a disposizione di ciascun addetto. Non è propriamente un’espressione di
produttività, bensì un metro del grado di “industrializzazione” dell’impresa. Per cui un elevato valore
dell’indice è sinonimo di alta tecnologia ed automazione nel processo produttivo.

Analisi per margini

L’analisi per margini ha lo scopo di accertare la corrispondenza della qualità delle fonti (attivo dello SP) a
quella degli impieghi (passivo SP) ovvero la compatibilità tra le fonti e gli impieghi tenendo conto dei rispettivi
tempi di pagamento e di riscossione e verificare l’esistenza o meno di un duraturo equilibrio finanziario tra
entrate e uscite. Premettiamo che l’analisi per margini ha dei limiti consistenti nel fatto di consentire solo
l’esame istantaneo, poco significativo, e quello temporale confrontando i dati di più bilanci dell’azienda.

Ritroviamo tre tipologie di analisi:

– margine di struttura MS;

– capitale circolante netto CCN;

– margine di tesoreria MT

Vediamo i singoli indici.

Margine di struttura rappresentato dalla differenza tra il capitale netto PN (al netto degli utili distribuiti o
attribuiti a riserve), e il valore netto delle immobilizzazioni materiali AI. Questo margine oltre a verificare
quanto il PN serva alla copertura delle AI, esprime le condizioni di equilibrio finanziario di lungo periodo
ovvero la dimensione dei mezzi propri rispetto agli investimenti diciamo a lungo rientro e quindi a valutare il
grado di capitalizzazione (adeguatezza mezzi propri). Se il suo valore è positivo si può fare affidamento su
ulteriore indebitamento e quindi nuovi investimenti; se negativo significa carenza di mezzi propri, squilibrio
finanziario e quindi limitata possibilità di una eventuale espansione autonoma.

MS = PN – AI

Capitale circolante netto è misurato dalla differenza tra attività a breve e passività a breve (attività correnti
AC – passività correnti PB). Esprime la quota di capitale di esercizio finanziata con risorse a disposizione
dell’azienda in via stabile e permanente. Per questo rappresenta un importante condizione di equilibrio
finanziario e patrimoniale nel breve e nel medio termine.

Ricordiamo: CCL = Magazzino + cassa + crediti = AC

CCN (finanziario) = CCL – fonti finanziarie a breve (PB) = AC – PB

Margine di tesoreria è rappresentato dalla differenza tra le fonti durevoli di capitale proprio e di terzi e le
attività fisse e le scorte.

MT = (AC – magazzino netto) – PB

Praticamente basta eliminare dal CCN il valore del magazzino netto

Segnala la capacità dell’azienda di far fronte agli impegni finanziari a breve con le sole disponibilità immediate
e differite

Anche il margine di tesoreria, affinché ci possa essere un equilibrio finanziario, deve essere positivo (anche
se nella pratica è tollerato un valore limitatamente negativo); se ciò non si verifica potrebbe accadere che in
caso di richiesta di rimborso immediato dei debiti non si avrebbero i mezzi monetari per farvi fronte.

 

Trasformando il margine di tesoreria, che è in valore assoluto, in un rapporto, ossia in un valore relativo,
avremo:

Quoziente di tesoreria = (Li + Ld)/PB = (liquidità immediata + liquidità differita)/passivo corrente

Che ci dice quanta parte di 1 euro di impegni a breve siamo in grado di onorare con le disponibilità a
breve dell’impresa.

Analogamente, dal concetto di Margine di disponibilità (anche detto capitale circolante netto), che è dato
dagli stessi termini del margine di tesoreria più le scorte (liquidità immediata e differita + scorte – passivo
corrente, cioè in formula (Li + Ld + S) – PB), si ricava un valore della liquidità (o illiquidità) dell’impresa che
tiene conto della possibilità di realizzo del magazzino (ovvero della possibile vendita a breve della merce
immagazzinata), qualora ciò si rendesse necessario per adempiere gli impegni di prossima scadenza. Anche
qui è possibile passare dal margine ad un ratios che ci è più familiare.

Quoziente di disponibilità = AC/PB = attivo circolante/passivo corrente

Ossia quanta parte di 1 euro di debiti a scadenza ravvicinata siamo in grado di pagare con la liquidità
immediata e differita e con la vendita (sempre a breve chiaramente) delle scorte.

Per concludere, il Margine di liquidità immediata, dà un’idea della situazione di liquidità aziendale prendendo
in considerazione esclusivamente la liquidità monetaria (C/C bancario o postale e denaro in cassa) e i debiti
correnti. La formula è Li – PB .

Quoziente di liquidità immediata = Li/PB = liquidità immediata/passivo corrente

E’ l’indice della liquidità monetaria dell’impresa, perché mostra quanta parte di 1 euro di debiti a breve
possiamo saldare con le attività detenute in moneta.

Rendiconto Finanziario

Attraverso il bilancio di esercizio, e soprattutto con una corretta riclassificazione dello stesso, possiamo
ottenere delle informazioni sulla: gestione patrimoniale, economica e finanziaria dell’azienda. Mentre, però,
per analizzare le prime due il bilancio riclassificato ci dà delle informazioni che possono aiutare l’analista a
comprendere tali dinamiche, dal punto di vista dell’equilibrio finanziario il solo bilancio non basta.

Questo deriva dal fatto che, anche se lo stato patrimoniale contiene alcune informazioni di carattere
finanziario, queste sono esclusivamente di tipo statico, ovvero riferite al termine del periodo amministrativo
considerato.

Il conto economico non dà alcuna informazione utile a livello finanziario in quanto in esso viene evidenziata
solo la dinamica reddituale che scaturisce dall’utile del periodo: il CE è redatto secondo il criterio della
competenza (la fattura emessa ma non ancora incassata fa sorgere un credito che però viene considerato
ricavo anche se non incassata e quindi utile) mentre per la logica finanziaria sono importanti solo quei
fenomeni di gestione che comportano movimenti di cassa. Si pensi ad esempio al calcolo delle rimanenze il
cui valore concorre all’utile anche se monetariamente non c’è alcun movimento degno di nota. Lo studio
della dinamica finanziaria è fondamentale per permettere una corretta analisi dell’andamento aziendale,
mentre ciò non è possibile con semplici metodi patrimoniali e reddituali (si pensi al solo utilizzo di indici).

Attraverso esso possiamo capire l’importantissima relazione tra la capacità dell’azienda di conseguire un
reddito e nello stesso tempo di creare cassa ovvero liquidità determinata attraverso la somma di tutte le
entrate e le uscite monetarie.

Per tale motivo può capitare che un analista non esperto valuti positivamente un’azienda solo per il fatto che
sia in grado di produrre un utile senza analizzare il fatto che ha pochissimo danaro in cassa e che per pagare
i dividendi sarà costretta a prendere danaro in prestito appesantendo la sua struttura patrimoniale e
finanziaria nel futuro.

 

Il rendiconto finanziario e’ quindi il documento che mira ad analizzare i fenomeni di generazione e di
assorbimento dei flussi finanziari aziendali: da dove viene e dove va a finire la liquidità (la cassa/banca).

Per determinare il flusso finanziario complessivo che ha determinato la variazione di liquidità, il rendiconto
finanziario parte dal risultato economico di bilancio (utile d’esercizio), che viene rettificato a fronte di tutte
quelle componenti di costo e ricavo cosiddette non cash, ovvero che non hanno manifestazione finanziaria
(ad esempio ammortamenti, accantonamenti, svalutazioni, rettifiche contabili etc.).

Per redigere un rendiconto finanziario di facile interpretazione occorre aggregare i singoli flussi monetari
ovvero le singole entrate e uscite di cassa in funzione dell’area gestionale da cui hanno avuto origine.

In linea generale il rendiconto ha lo scopo di spiegare in termini finanziari:

1. L’attività di finanziamento (autofinanziamento e finanziamento esterno) dell’impresa durante
l’esercizio espressa in termini di variazioni delle risorse finanziarie determinato rettificando, al valore
dell’utile di esercizio, una serie di valori non monetari: solo come esempio ammortamenti,
accantonamenti, svalutazioni, rettifiche contabili etc;

2. Le variazioni delle risorse finanziarie, determinate dall’attività produttiva di reddito svolta dall’impresa
nell’esercizio, rappresentate dalle variazioni intervenute nel capitale circolante netto ossia l’eccedenza
delle attività a breve o correnti sulle passività a breve o correnti;

3. L’attività d’investimento dell’impresa durante l’esercizio, acquisto o dismissione di cespiti;

4. Le variazioni nella situazione patrimoniale – finanziaria dell’impresa avvenute nell’esercizio,
accensione/rimborso di mutui, variazioni intervenute nel patrimonio netto ecc;

5. Le correlazioni che esistono tra le fonti di finanziamento e gli investimenti effettuati.

Il rendiconto finanziario va incluso nella nota integrativa. Sebbene la sua mancata presentazione non venga
considerata, in via generale ed allo stato attuale, come violazione del principio della rappresentazione
veritiera e corretta del bilancio, tale mancanza, tuttavia, in considerazione della rilevanza delle informazioni
di carattere finanziario fornite e della sua diffusione sia su base nazionale che internazionale si assume
limitata soltanto alle aziende amministrative meno dotate, a causa delle minori dimensioni. Lo IAS n. 7
richiede la presentazione di un rendiconto finanziario redatto in base ai flussi delle disponibilità liquide (e
valori assimilabili) sia pur concedendo due diverse alternative di calcolo. Poiché l’Italia ha esercitato l’opzione
prevista dal Regolamento comunitario n. 1606 del 2002 circa l’adozione dei principi contabili internazionali
per le società cui si applicheranno tali principi, il legislatore dovrà adottare ai fini dello schema di rendiconto
finanziario quanto previsto dallo IAS 7, edizione rivista nel 1992 ed allo stato ancora in vigore.

Chiaramente, i primi due rappresentano l’analisi fondamentale e l’indice più importante di una corretta
gestione economico-finanziaria di qualsiasi impresa. Sia l’attività di autofinanziamento che il flusso di capitale
circolante netto originato dalla gestione reddituale dell’impresa è un elemento fondamentale nell’analisi
finanziaria del bilancio. Tali valori, infatti, costituiscono il collegamento fra l’aspetto economico e l’aspetto
finanziario della gestione, essenziale per comprendere come l’andamento economico della gestione si
ripercuota sulla dinamica finanziaria dell’impresa.

La gestione reddituale è composta da operazioni che si concretizzano in ricavi e nelle spese necessarie per
produrre tali ricavi, da cui deriva il reddito. Tali operazioni sono riflesse nel conto economico e rappresentano
anche le fonti di finanziamento dell’impresa ed in particolare quelle dell’autofinanziamento. Da esse si genera
liquidità o capitale circolante netto necessario per finanziare la gestione futura.

Nel caso in cui i ricavi eccedano i costi che richiedono utilizzo di liquidità o di capitale circolante netto si
determina un aumento dello stesso. Detto aumento netto rappresenta le risorse finanziarie generate dalla
gestione reddituale, ossia la liquidità o il capitale circolante netto prodotto dalla medesima. Al contrario,

 

l’eccedenza dei costi che richiedono utilizzo di liquidità o di capitale circolante netto determina una riduzione
della risorsa finanziaria.

Qualunque sia la nozione di risorsa finanziaria presa a fondamento del rendiconto finanziario quest’ultimo
viene ad accogliere nel suo seno, in primo luogo, il flusso di tale risorsa originato o consumato dalla gestione
reddituale. Il flusso prodotto dalla gestione reddituale viene accostato poi ai flussi originati da:

– Investimenti o disinvestimenti nel settore degli immobilizzi tecnici, finanziari e patrimoniali;

– Accensioni o rimborsi di debiti a medio e lungo termine;

– Variazioni del patrimonio netto (aumenti o rimborsi di capitale, distribuzione di dividendi, finanziamenti in
c/futuro aumento ecc.).

L’insieme di tutti questi flussi determina l’incremento od il decremento subito dalla risorsa finanziaria iniziale
nel corso dell’esercizio.

I metodi più utilizzati nella pratica sono essenzialmente due:

1. Rendiconto finanziario – metodo indiretto

2. Rendiconto finanziario – metodo diretto

La distinzione fondamentale tra i due schemi deriva dal fatto che il secondo, metodo diretto, è utilizzato per
le start up, mentre il primo per imprese con almeno due/tre bilanci disponibili.

Rendiconto Finanziario – Metodo indiretto

Il rendiconto finanziario diretto può essere predisposto in due forme in relazione al concetto di risorse
finanziarie preso a base dello stesso.

Le forme sono le seguenti:

– Rendiconto finanziario in termini di capitale circolante netto;

– Rendiconto finanziario in termini di liquidità.

In entrambi i casi il rendiconto finanziario deve esporre:

1. Le risorse finanziarie generate dalla gestione reddituale dell’esercizio, cioè il flusso di liquidità ovvero di
capitale circolante netto generato dalla medesima. Tale flusso viene ottenuto rettificando l’utile netto o la
perdita di quelle voci che non hanno generato o non hanno richiesto l’esborso di liquidità (o di capitale
circolante netto);

2. Le assunzioni ed i pagamenti di mutui e prestiti obbligazionari;

3. Il ricavato della vendita di immobilizzazioni tecniche, finanziarie, immateriali, da indicare distintamente;

4. Gli acquisti di immobilizzazioni tecniche, finanziarie ed immateriali. Le tre categorie devono essere indicate
distintamente. Per le immobilizzazioni finanziarie e le immateriali si rende necessario specificare il tipo di
attività acquisite (partecipazioni, brevetti ecc.);

5. I dividendi pagati;

6. Le variazioni avvenute nell’esercizio nei singoli conti componenti il capitale circolante netto ed il totale di
tali variazioni (aumento o diminuzione del capitale netto);

 

7. Tutta quella serie di variazioni patrimoniali di rilievo che non influisce sul livello della liquidità ovvero del
capitale circolante le cui connesse variazioni monetarie restano escluse dal prospetto in parola (aumenti di
capitale coperti mediante conferimento di impianti, acquisizioni di immobilizzi tecnici contro rilascio di
obbligazioni, pagamento di partecipazioni mediante obbligazioni o azioni, conversione di obbligazioni
convertibili in azioni);

8. Tutte quelle altre variazioni significative subite dallo stato patrimoniale, esclusi i trasferimenti tra conti del
patrimonio netto, i quali vengono evidenziati nell’apposito prospetto.

Le compensazioni tra flussi finanziari di segno opposto in linea di principio devono escludersi onde non
alterare la significatività del rendiconto finanziario. Esse trovano il loro limite nel principio contabile generale
della rilevanza o significatività dei dati.

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